A Venezia c’è una piattaforma digitale sviluppata dall’Istituto italiano di tecnologia che indaga sul traffico di opere d’arte

A Venezia c’è una piattaforma digitale sviluppata dall’Istituto italiano di tecnologia che indaga sul traffico di opere d’arte


È nata per occuparsi di traffico di opere d’arte rubate e si chiama RITMIacronimo che sta per Ricerca, intelligence e tecnologia per il patrimonio e la sicurezza del mercato. In pratica, è una piattaforma che aiuta le forze di polizia impegnate nel contrasto al traffico di opere d’arte fornendo loro piste investigative che all’occhio umano sarebbero sfuggite. O che avrebbero richiesto molto più tempo per essere individuate.

Finanziata per 5 milioni di euro dall’Unione europeala piattaforma è in grado di muoversi in un contesto, quello del mercato di opere d’arte trafugate, che coinvolge figure provenienti da nazioni diverse e che arriva a lambire anche case d’asta e musei, ingannati da continui acquisti e rivendite dei manufatti che servono a dare loro una provenienza legittima.

Un rapporto dell’Interpol del 2021 sottolinea come solo in quell’anno sono stati circa 23 miglia io beni artistici trafugati. Non esiste una quantificazione precisa del valore del mercato delle opere d’arte rubate: in rete si trovano diversi riferimenti a una stima attribuita all’UNESCO che parla di 10 miliardi di dollari l’anno, della quale non c’è traccia sul portale dell’agenzia Onu, e che viene contestata dagli operatori del settore.

Come funziona la piattaforma

La piattaforma agisce in diverse fasi. La prima è legata alla raccolta dei dati: utilizzando 50 raschietto datiovvero software in grado di estrarre dati dalla rete, vengono interrogate diverse fonti aperte disponibili online. Siti di vendita all’asta di opere d’arte, gallerie d’arte, notizie su siti specializzati, social media, database di beni culturali vengono scandagliati alla ricerca di informazioni. La fase successiva riguarda l’interpretazione e la sistematizzazione di questi dati.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificialecon algoritmi di Natural language processing che trasformano i testi raccolti dagli scraper in un sistema organizzato e soprattutto coerente di dati. Che vengono poi visualizzati in un knowledge graph, capace di mostrare le relazioni tra oggeti, persone e enti. “Qui applichiamo la social network analysis, analizzando cioé le reti sociali che estraiamo dai dati raccolti”spiega a Cablato Arianna Travigliacoordinatrice del Center for Cultural Heritage Technologies (CCHT) dell’IIT a Venezia.

Si usano, cioè, gli stessi algoritmi impiegati per analizzare i collegamenti sui social network. Con la differenza che in questo caso le connessioni riguardano interazioni sospette, piste che gli investigatori impegnati nel contrasto al traffico di opere d’arte farebbero bene a battere. Ad esempio, “un singolo oggetto venduto ripetutamente tra tre persone attaverso la stessa casa d’aste può indicare un’operazione volta a costruire una provenance”. Ovvero a rendere legittima la provenienza di un manufatto che in realtà è stato rubato. Un’operazione paragonabile al più classico riciclaggio di denaro.

Il lavoro delle forze dell’ordine

È bene specificare che RITHMS non indica colpevoli da arrestare. “Nessun giudice riterrebbe una prova generata da un’intelligenza artificiale come valida per essere portata in tribunale”sottolinea Travaglia, “noi generiamo delle operazioni di inteligence che poi vanno investigate tradizionalmente”. La piattaforma è arrivata a generare un knowledge graph con oltre 2 milioni di entità, secondo solo al database dei Carabinieri per la Tutela Patrimonio Culturaleche con l’IIT hanno collaborato, che contiene la catalogazione di quasi 7 milioni di opere d’arte, di cui circa 1,3 milioni sono state denunciate come rubate.



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