In teoria, questo sistema consente allo Stato di garantire una parvenza di normalità digitale anche durante i blackout. In pratica, però, l’attivazione del cosiddetto “livello domestico” non è mai stata priva di problemi. “Nel 2019 il processo fu lento e tecnicamente complesso”, osserva Alimardani, “e anche oggi non sappiamo se sarà meno problematico o più efficace rispetto ad allora”.
Il controllo passa attraverso pochi punti di snodo, dove il traffico internazionale può essere filtrato o bloccato mediante la manipolazione delle rotte Bgp, il Dns poisoning e tecniche di ispezione profonda dei pacchetti, come documentato dallo studio indipendente del Miaan Group. Questa centralizzazione rende il blackout rapido, ma anche fragile e costoso, perché ogni spegnimento totale interrompe commercio, servizi e comunicazioni, aggravando una crisi economica già profonda.
Dalla sorveglianza diffusa alla repressione “in differita”
Spegnere internet è solo una parte della risposta del regime. L’altra, meno visibile ma altrettanto efficace, è la sorveglianza. Negli ultimi anni, l’Iran ha costruito una “ragnatela” di controllo tessuta in modo capillareche combina strumenti tecnologici e pratiche tradizionali di intelligence.
“Negli ultimi anni l’Iran ha ampliato il proprio ecosistema di sorveglianza, combinando diversi livelli di monitoraggio», spiega Alimardani. “Reti di telecamere a circuito chiuso, monitoraggio dei metadati delle telecomunicazioni, registrazione obbligatoria delle sim telefoniche, perquisizioni dei dispositivi ai posti di blocco e sorveglianza online dei social media”.
A differenza dell’immaginario che vuole l’Iran gestire una forma di sorveglianza onnipotente e in tempo reale, il sistema a disposizione del regime di Teheran funziona soprattutto in modo retroattivo: “Esistono prove credibili che le tecnologie biometriche, in particolare il riconoscimento facciale, vengano utilizzate in contesti specifici, in particolare per far rispettare le leggi sull’uso obbligatorio dell’hijab e identificare le donne negli spazi pubblici attraverso telecamere fisse. Ci sono meno prove verificabili che l’identificazione biometrica venga usata sistematicamente durante le proteste”, chiarisce. “Quello che vediamo costantemente è l’identificazione post-evento”. Le immagini raccolte durante le manifestazioni vengono analizzate in un secondo momento, portando ad arresti che avvengono a giorni o persino settimane di distanza dai fatti. Una pratica documentata anche da organizzazioni per la libertà di stampa.
Questo tipo di sorveglianza produce un effetto dissuasivo profondo perché lascia le persone nell’eterna paura di poter essere arrestate perché è impossibile sapere quando e come arriverà la repressione. Anche chi evita l’arresto sul momento sa che potrà essere identificato in un secondo momento. La paura non deriva più solo dalla violenza fisica nelle strade, ma anche dalla percezione che nulla venga davvero archiviato. “Dovremmo quindi pensare alla sorveglianza in Iran non come fosse un unico grande sistema di riconoscimento facciale, tecnologicamente avanzato, ma come a un’architettura densa e sovrapposta di raccolta dati che consente allo Stato di ricostruire chi ha partecipato dopo il fatto. Ciò ha un forte effetto dissuasivo perché le persone sanno che anche se evitano l’arresto per strada, potrebbero comunque essere identificate in un secondo momento“, conclude Alimardani.
Come sempre, l’informazione è potere
Il blackout di internet e la sorveglianza si inseriscono quindi in una più ampia guerra dell’informazione. Durante la sospensione della rete, i mezzi d’informazione statali continuano a trasmettere la loro propaganda attraverso la tv di Stato, diventando spesso l’unica fonte accessibile all’interno del Paese. Le proteste, in questi servizi, vengono ridotte a disordini marginali o presentate come complotti alimentati da pressioni esterne.
