Appena iniziano a scorrere i titoli di coda del film Sirât ci si ferma un attimo, seduti sulla poltrona, prima di alzarsi. Si lascia scemare l’angoscia accumulata e i colpo di scena che stordiscono e che, per qualche secondo, deflagrano nella mente. Perché la crudele e spietata disumanità di Óliver Laxe è visivamente disturbantepotente, quasi teatrale nella sua violenza reiterata, ma la visione e l’ascolto viaggiano sulle stesse rotaie di un treno verso la fine del mondo di cui non si ha idea se vi siano fermate intermedie. Un flusso continuo, martellante e pulsante di corpi vivi. Quelli di un rave nel deserto marocchino in cui un padre di nome Luis (Sergio López già ne Il labirinto del fauno) con il proprio figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) è alla ricerca dell’altra figlia più grande, Mar, che da mesi ha tagliato i rapporti con la famiglia ma che pare sia in un rave in Marocco.
Inizia così, tra la polvere del deserto con i soundsystem che pompano musica a volumi sovrumani di giorno e di notte, il terzo film del 43enne regista (ma anche attore e sceneggiatore) franco-galiziano Oliver Lax recentemente convertito all’Islam, al suo quarto lungometraggio, prodotto da Agostino e Pedro Almodovar – ricordiamo Il fuoco arriverà e i precedenti Mimose e Siete tutti capitani che col Marocco condividono parte delle ambientazioni. Premiato a Cannes dalla criticaha continuato a raccogliere plausi a Chicago, Toronto e Los Angeles. Mancano solo gli Oscar 2026 dove nella selezione preliminare – la rosa dei candidati che anticipano le nomination – è entrato in ben cinque categorie: Miglior film internazionale, Miglior sonoro, Miglior fotografia, Miglior casting e Miglior colonna sonora originale.
