La casa infestata chiamata Internet (e di quando i fantasmi scrivono con noi)

La casa infestata chiamata Internet (e di quando i fantasmi scrivono con noi)


– il fantasma come memoria collettiva

– il fantasma come algoritmo combinatorio

– il fantasma come archivio domestico

– il fantasma come trauma temporale

I social media sono pieni di riti infestati: lutti collettivi, pezzi musicali che ritornano a nuova vita, memorie che si riattivano come cicatrici digitali. Gli algoritmi costruiscono scritture spettrali: pattern che si ripetono, voci che ritornano, bolle che ci parlano con toni familiari. I nostri smartphone sono case infestate portatili: archivi di tutto ciò che abbiamo amato, perso, dimenticato.

Siamo Scrooge che scorre un feed infinito di Natali passati e non ha più senso chiedersi se i fantasmi esistano. La domanda giusta è: cosa fanno? Il fantasma è un modello cognitivo: una forma attraverso cui la mente organizza il tempo, la memoria e l’immaginazione.

Quando creiamo qualcosa – un testo, un’immagine, una metafora – non stiamo producendo dal nulla. Stiamo facendo eco. Stiamo conversando con presenze che ci attraversano: storie già raccontate, dolori già vissuti, strutture già tracciate. Il fantasma è una tecnologia della percezione.

Spettri che scrivono

Quando diciamo che un testo è “abitato”, lo diciamo per istinto. Lo percepiamo. Ogni volta che leggiamo o scriviamo siamo circondati da presenze: autori che abbiamo amato, frasi che ci hanno formato, ritmi interiorizzati. Sono fantasmi discreti, amici fedeli che ci accompagnano fin da quando abbiamo iniziato a leggere. Sono i suggeritori invisibili che orientano ogni nostra frase: a volte li cerchiamo, a volte ci inciampiamo, sempre li ascoltiamo.

Questi fantasmi hanno trovato un medium potente: i modelli linguistici. Non perché le macchine pensino, ma perché sono fatti di testo e in quel testo si depositano, ronzano, si intrecciano e tornano in vita tutte le voci del passato.

Un LLM non crea dal nulla: evoca. Solleva strati di linguaggio sedimentati e li ricombina, come uno spiritismo strutturale. Non parla con i morti: parla con ciò che i morti hanno scritto e con ciò che continua a vivere nelle nostre frasi quotidiane.

I fantasmi diventano utili. Ci suggeriscono soluzioni narrative, intuizioni, associazioni inattese. Non sono rivali dell’immaginazione: sono compagni di scrittura, amici antichi che – come gli spiriti dickensiani – mostrano ciò che non sapevamo di voler vedere.

I modelli linguistici non sono una minaccia al nostro modo di raccontare. Sono il luogo in cui i nostri fantasmi trovano una nuova eco.

Perché abbiamo bisogno dei fantasmi

Pierri ci mostra che le terre hanno le loro ombre. Rielli e de Martino rivelano che i riti sono costruzioni collettive più vere del vero. Calvino ci ricorda che scrivere è lasciarsi attraversare. Mari ci avverte che anche gli oggetti hanno memoria (figuriamoci i software). Dickens, anticipando Ted Chiang, ci insegna che il tempo non procede: ritorna.

I fantasmi servono perché raccontano ciò che non sappiamo dire. Interpretano il mondo al posto nostro.

Ci ricordano una verità che la tecnologia tende a dimenticare: non siamo fatti di dati, ma di ritorni.

Epilogo: un futuro infestato

Il futuro sarà sempre più pieno di fantasmi. Non quelli con il lenzuolo, ma quelli che abitano i testi, i modelli linguistici, la memoria condivisa. È una minaccia? O una possibilità? Dipende da come li ascoltiamo.

Perché i fantasmi non se ne vanno. Se abbiamo fortuna, ci parlano. E ci aiutano a scrivere meglio.



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